salottino culturale

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L’emozione di vivere
Era entrato da solo nel bar con l’affaccio sul viale che percorreva ogni sabato. Quello era il giorno della settimana in cui, sveglio di buon’ora, si faceva una doccia veloce, beveva un caffè, indossava il vestito migliore di taglio classico, non nuovo ma pulito e con la riga dei pantaloni evidenziata, e calzava scarpe comode di pelle scamosciata – le uniche che possedeva adatte per camminare anche sotto la pioggia – deformate dall’uso, ma diligentemente spazzolate.
Se faceva freddo, come quella mattina, si infilava il cappotto scuro, acquistato parecchi anni prima, oppure, se minacciava un temporale, prendeva l’impermeabile frusto, in stile “tenente Colombo”, altrimenti quando la stagione era mite o calda usciva solo con la giacca o in maniche di camicia.
Poi, controllato che in casa tutto fosse in ordine, chiudeva alle sue spalle la porta a doppia mandata e si incamminava, un passo dopo l’altro, senza fretta e senza guardarsi intorno, concentrato nei suoi pensieri.
Durante il solito tragitto, ogni sabato incrociava persone indaffarate, quasi sempre le stesse facce, alcune conosciute, altre anonime. Non che ci sperasse, ma capitava qualche volta che un tale Eugenio Passalacqua, un conoscente di vecchia data, lo salutasse, chiamandolo per nome: “Buongiorno, Gregorio, come va oggi?”. E proseguiva per la sua strada, abituato a non aver risposta, se non un cenno del capo.
Gregorio Pini viveva un’esistenza modesta ed appartata, insegnava matematica senza slancio ad adolescenti svogliati, che detestava, non aveva amici con cui andare al cinema o a mangiare una pizza e nemmeno aveva un profilo su qualche social per condividere le foto delle vacanze. Lui, in vacanza non ci andava, aveva un cellulare che utilizzava solo per lavoro e per chiamare, ogni domenica pomeriggio alla stessa ora, un’anziana zia che risiedeva alla Casa di riposo, a due isolati dalla sua abitazione, ed era l’unica sua parente.
E non era mai entrato in quel bar.
A dire il vero non era mai entrato in nessun bar: non gli piaceva stare seduto ad un tavolino da solo, come se stesse aspettando un amico che gli ha dato buca, lasciando intendere agli sconosciuti avventori che la sua sola compagna era la solitudine. Si sentiva a disagio.
Quella mattina, però, spinto da un impulso di cui non si spiegava la ragione, era entrato. Non desiderava niente da bere o da mangiare, non aveva nessun appuntamento, eppure si era seduto ad un tavolo vicino alla vetrata, un po’ defilato, e anche se lo aveva già bevuto a casa aveva ordinato un caffè al cameriere che subito gli si era avvicinato e lì, in piedi, incombeva con la fretta di prendere l’ordinazione, aumentando il suo imbarazzo e rendendolo timoroso di dire la cosa sbagliata, come uno scolaro impreparato di fronte alla maestra.
Gli era parso che il cameriere fosse contrariato da chissà quale contrattempo, anzi addirittura ansioso per qualcosa che lo distraeva dal lavoro e rendeva nevrotici i suoi movimenti, come se sfuggissero al controllo del cervello. Lo seguì con lo sguardo, osservandolo passare l’ordine al barista, che al contrario svolgeva il suo lavoro con il sorriso e con gesti sapienti; quando lo vide tornare al suo tavolo, si mise a guardare fuori dalla vetrata.
Il cameriere servì il caffè con uno scatto del braccio, la tazza ondeggiò sul piattino per qualche secondo e alla fine si rovesciò, facendo schizzare la bevanda calda sul tavolo e sulla camicia di Gregorio, proprio quella della festa, fresca di bucato e stirata con cura.
La reazione avrebbe potuto essere rabbiosa, esasperata, indifferente, addirittura cordiale … ma lui si sentì in colpa, pensando che se il cameriere aveva rovesciato il caffè era perché al tavolo c’era proprio lui. Era lui l’elemento di disturbo in quel bar, dove era entrato senza un reale motivo, facendo un’inusuale deviazione dal metodico tragitto del sabato, scombinando ogni cosa: l’essere un cliente aveva modificato la durata del suo percorso, che prima di quel momento aveva subito solo impercettibili variazioni, e lo aveva distolto dalla sua meta.
Si alzò di scatto, come se la sedia scottasse, e si diresse alla cassa per pagare, ma non vi arrivò. Fu fermato da una voce dietro di lui, pacata, ma risoluta: “Lasci che le offra un altro caffè”.
Gregorio si voltò e vide un uomo anziano, magro, di bassa statura, vestito in modo sobrio ma elegante: pantaloni grigi di buona fattura dal taglio sportivo, un maglione color sabbia di lana sottile e al collo un foulard blu di seta. Era seduto ad un tavolo nella parte più interna del locale, non lontano dal bancone dietro al quale il barista sorridente serviva un espresso dopo l’altro ai clienti in piedi.
“Sta parlando con me?”
“Sì, lei è Gregorio Pini, giusto?”
“Ci conosciamo?”
Il tono delle parole di Gregorio era così scontroso che avrebbe dissuaso chiunque dal continuare la conversazione, ma l’anziano sembrò non farci caso.
“Conosco tutti qui, in questo quartiere, e tutti mi conoscono come il Professore.”
Gregorio non aveva mai sentito parlare di questo Professore così popolare, ma d’altronde gli unici con cui aveva contatti erano i colleghi e con loro parlava poco e solo di lavoro; non era al corrente di quello che succedeva nel quartiere, non sapeva niente di chi vi abitava e non partecipava alla vita della comunità.
“Cosa vuole da me?” La diffidenza di Gregorio era palpabile.
“Non stia sulla difensiva, Gregorio – posso chiamarla per nome? – Non voglio importunarla! Ho visto che il cameriere le ha rovesciato addosso il caffè e mi sono dispiaciuto per lei. Se non ha fretta, ce ne beviamo insieme un altro, o quello che preferisce.”
Gregorio indugiò un minuto di troppo nel rifiutare ed andarsene – non era bravo a sbrogliarsela in questo genere di situazioni – e quindi, pur trovandosi in uno stato emotivo alterato dal fastidio e dall’imbarazzo, si sentì per così dire obbligato ad accettare l’invito. Si sedette al tavolo del Professore con movimenti impacciati e restò in attesa che l’altro continuasse a parlare.
Il Professore ordinò al barista due caffè e poi si concentrò sul suo ospite.
“Come sta sua zia?”
Gregorio trasalì. Se quell’uomo conosceva sua zia, poteva sapere altro della sua vita e questo pensiero lo mise in agitazione. Poi, però, si disse che non era così improbabile che il Professore e la zia si conoscessero: l’età poteva essere la stessa, o quasi. Forse erano stati compagni di scuola, o vicini di casa, in un tempo passato.
“Sta bene, grazie” Una conversazione convenzionale era quello che ci voleva, meglio restare su un terreno neutro.
“E lei, Gregorio, come si sente?”
La domanda lo spiazzò: non era formale, era subdola, il Professore non gli chiedeva come stava, ma come si sentiva.
“Sto bene, grazie.” E, ricordandosi le regole delle relazioni sociali, aggiunse:
“ E lei, come sta?”
Gregorio era sulle spine, gli sembrava che il tempo scorresse troppo lento. Possibile che i caffè non fossero ancora pronti? Il barista sembrava un tipo svelto e capace. O forse era colpa del cameriere che voleva mortificarlo servendogli il caffè ormai freddo?
In una folata di aria gelida, entrarono nel bar due ragazze e un ragazzo. Zainetti sulle spalle, cuffiette nelle orecchie e gli immancabili cellulari in mano, salutarono da amici il barista, che ricambiò alzando il braccio. Si sedettero togliendosi sciarpe e piumini, chiacchierando di podcast e serie crime, senza smettere di messaggiare. Il cameriere, che adesso appariva più calmo e controllato, si materializzò al loro tavolo e prese le ordinazioni.
“La sua salute, Gregorio, sembra buona – riprese il Professore – ma davvero può affermare in tutta sincerità di sentirsi bene?”
“Non capisco cosa mi sta dicendo … Adesso devo proprio andare … la ringrazio …” E fece per alzarsi.
“Mi perdoni, Gregorio, non volevo offenderla. Si fermi con me ancora qualche minuto. Aspettiamo che ci portino i nostri caffè e poi la lascerò alle sue occupazioni”
Era come se quell’anziano avesse un potere attrattivo al quale era impossibile sottrarsi. Gregorio restò seduto in silenzio.
“Mi creda, viviamo in una società distorta, ci costruiamo un’armatura di consuetudini comunemente accettate e così pensiamo di essere al sicuro e di non soffrire, ma il dolore va riconosciuto e accettato, va vissuto, attraversato.”
“Lei è uno psicologo?”
“Per lei è come se lo fossi, in un certo senso.”
“Non ho bisogno di uno psicologo.”
“Lo credo anch’io. Può riuscirci da solo.”
“A fare cosa?”
“A vivere.”
“Io sono vivo.”
“Ogni sabato di alza, si prepara ad uscire indossando il vestito migliore, chiude la porta di casa e a piedi raggiunge il parco. Lì passeggia lungo i viali alberati, liberando la mente, ma la paura di vivere non se ne va. Quella sensazione di non essere all’altezza della vita, di non meritare se non un’esistenza scialba, identificata in azioni ripetute, in luoghi sicuri, in oggetti vecchi e familiari.”
“Mi piace la mia vita, così com’è.”
“E’ confortante ciò che si conosce, aprirsi alle novità richiede coraggio, o forse incoscienza. Ma il timore di sbagliare dipende dal giudizio del pensiero comune, che non ammette fallimenti, che distrugge l’autostima, l’entusiasmo, la creatività.”
“Meglio non rischiare…”
“E per non rischiare, mio caro Gregorio, lei evita le relazioni, si emargina, reprime quella parte di sé che si nutre di idee nuove, di esperienze e chiede di essere ascoltata.”
“Lei non mi conosce: mi sta giudicando, ma non sa niente di me!”
“Si sbaglia, conosco bene l’apprensione che accompagna ogni minimo gesto di ogni giorno, perché quel grigiore così accogliente che ci circonda resti lì a proteggerci e non si dissolva.”
Gli occhi di Gregorio, fino ad allora tenuti bassi a fissare le mani intrecciate, si alzarono ad incrociare quelli del Professore. Per una frazione di secondo ebbe l’impressione di trovarsi davanti ad uno specchio che rifletteva il volto di un alter ego invecchiato per colpa del bizzarro incantesimo di un mago dispettoso. Quando parlò, la sua voce era un sussurro:
“Anche lei …”
“Siamo uguali, lei ed io, più di quanto creda.”
“E se ne è liberato? Dell’apprensione … della sensazione di paura … si è liberato? Sembra così sereno …”
“Ci pensi, Gregorio, è entrato in questo bar, deviando dalla solita routine, e si è fermato a parlare con questo vecchio impiccione: ecco il segnale che è arrivato il momento di sperimentare la vita, con tutto ciò che riserverà: bellezza, amore, speranza, ma anche infelicità e frustrazione. Fa tutto parte del gioco.”
A Gregorio faceva male la testa: le parole del Professore avevano smosso quell’urgenza di cambiamento che sentiva di non dover più mettere a tacere, ma che ancora lo disorientava. In un ultimo tentativo di restare ancorato all’immagine insignificante di sé che non lo spaventava, piatta e ripetitiva, provò a fuggire da quel posto e da quell’uomo.
Si alzò e fece due passi in direzione della porta.
La vertigine lo prese alla sprovvista, intorno a lui tutto girava senza controllo: tavolini, sedie, lampade, perfino il cameriere e il suo vassoio. Chiuse gli occhi e tornò a sedersi.

“E’ tutto diverso, adesso, Gregorio. E ciò che è diverso genera sospetto, viene rifiutato. Cosa fare, quindi? Tornare alla vita di prima, come se non fosse successo niente, oppure rientrare nella partita, correndo il pericolo di perdere?”
“Forse non sono pronto a trasformare la mia vita.”
“Se ne convinca, lo ha già fatto.”

Confuso e incapace di ribattere all’affermazione perentoria del Professore, Gregorio rivolse lo sguardo fuori dalla vetrata e, compiendo questo gesto del tutto naturale, si rese conto che non si era spostato dopo che il cameriere aveva rovesciato il caffè.
Si prese il volto tra le mani, appoggiando i gomiti sul tavolino e premendo con le dita fredde le tempie che pulsavano, nel tentativo di attenuare il dolore persistente. Non riusciva a pensare con lucidità. Forse stava per impazzire, anzi, era già pazzo e la colpa era sua, perché aveva ceduto alla pulsione di un momento ed era entrato nel bar, sconvolgendo la consuetudine che era diventata la cifra della sua vita e spegnava il più piccolo barlume di passione.
E quel Professore, poi, un ficcanaso. Si fosse fatto gli affari suoi …
Sollevando appena la testa, si mise a scrutare la sala in cerca del vecchio: il tavolo vicino al bancone era occupato da una coppia di mezz’età che si godeva una cioccolata calda, mentre i tre ragazzi con i telefonini parlavano a voce alta, mettendosi d’accordo per studiare insieme; il barista, in un momento di calma, puliva il bancone e riponeva tazzine e bicchieri nella lavastoviglie; il cameriere riordinava i tavoli.
Del Professore nessuna traccia.
Ecco, si era immaginato tutto, un sogno da sveglio, l’alterazione della mente che non ritrovava più i suoi punti fermi, i confini che si era imposta. Come avrebbe potuto affrontare le giornate a venire, il lavoro, la sua passeggiata del sabato? Avrebbe ritrovato identiche a prima le sue poche cose che lo attendevano a casa? Sì, la sua casa, il suo rifugio. Concluse che doveva tornare al suo appartamento, perché solo là avrebbe riacquistato l’equilibrio perduto, avrebbe ricomposto i pezzi del suo fragile guscio di banalità. Si alzò e come un automa pagò il caffè che non aveva bevuto e uscì.

Respirò l’aria pungente di quella soleggiata mattina invernale e riprese coscienza di sé: il male alla testa e le vertigini lo stavano lasciando libero di misurare con i sensi la realtà attorno a lui. Si strinse nel cappotto e si incamminò lungo il marciapiede che lo avrebbe riportato al sicuro.
Passando vicino a due bidoni della spazzatura non ancora svuotati, sentì un suono lamentoso, un tremante miagolio, diverso dai rumori della strada. Normalmente lo avrebbe ignorato, chiudendosi nel suo bisogno di anonimato, quel giorno, invece, si fermò ad ascoltare il piagnucolio quasi impercettibile, che andava scemando. Proveniva dai bidoni. Sollevò il coperchio metallico prima di uno e poi dell’altro e nel secondo vide muoversi un sacchetto di plastica. Si guardò attorno, sperando di non essere notato, ma nessuno dei pochi passanti faceva caso a lui. Tolse il sacchetto dal bidone e nell’aprirlo notò due occhi verdi pieni di spavento e il corpicino magro e bagnato di un gattino grigio. Raccolse delicatamente il mucchietto di ossa e peli e lo appoggiò al petto coprendolo con un lembo del cappotto per tenerlo al caldo.
Non si chiese cosa ne avrebbe fatto, quali conseguenze avrebbe implicato per lui tenere in vita quella minuscola creatura, perché aveva deciso nell’attimo in cui l’aveva preso nelle sue mani: l’avrebbe portato con sé, l’avrebbe scaldato e nutrito, strappandolo al freddo e all’oscurità.
Si mise a correre, cercando di non far male al gattino, che miagolava sempre più debolmente sotto la stoffa pesante.
Arrivò in pochi minuti ed entrò in casa di slancio. Avvolse in un panno pulito il cucciolo che tremava e gli preparò un giaciglio con quello che aveva, pensando che più tardi avrebbe acquistato un cuscino, una lettiera, del cibo adatto ad un gattino. Gli offrì del latte intingendo il dito che l’animale leccò avidamente, smettendo di tremare e addormentandosi subito dopo.
Gregorio restò a guardarlo dormire. Provava tenerezza per quel micio abbandonato, un sentimento che lo faceva stare bene, ed era felice di aver infranto la regola di non concedersi affetti.
Seduto in poltrona, ripensò all’improbabile Professore e alle sue parole enigmatiche, che però adesso capiva. A dispetto della sua ossessiva riluttanza, non solo era entrato in quel bar, ma aveva anche accolto un essere vivente bisognoso di cure, dando una scossa alla sua consolidata quotidianità. E non se ne pentiva.
“Niente di che” avrebbe commentato, non senza una punta di compatimento, il collega che si vantava di praticare sport estremi, nessuna rivoluzione, ma per lui, Gregorio Pini, un nuovo inizio.

Sono passati alcuni anni, il micino impaurito e denutrito è diventato un gattone pasciuto e sornione, un po’ amico, un po’ tiranno.
Gregorio insegna ancora matematica, ma adesso si interessa ai suoi studenti, che lo apprezzano perché li sa ascoltare. Ogni giorno, continua la sua vita di sempre, ciò nonostante non si nasconde più al mondo. Ricambia con cordialità il saluto di Eugenio Passalacqua, quando lo incrocia mentre passeggia il sabato mattina e talvolta scambia con lui qualche parola.
Tutte le domeniche telefona alla zia e si intrattiene con lei per più tempo di prima, quando si limitava ad un laconico saluto.
Si è comperato abiti nuovi e i suoi preferiti sono i pantaloni grigi dal taglio sportivo, il maglione color sabbia di lana sottile e il foulard blu di seta.
E’ diventato cliente fisso del bar in cui era entrato per la prima volta anni prima e chiacchiera volentieri con gli avventori abituali e con il nuovo, affabile cameriere.
Quanto al Professore, non lo ha più rivisto.
Non se lo aspetta, però, perché da tempo una verità rivelatrice si è fatta strada nella sua testa, tra i dubbi e lo sconcerto iniziale: il Professore è quello che lui è diventato, quando con le mani nella spazzatura – non l’avrebbe mai immaginato possibile – ha afferrato, senza farsi domande, l’occasione di provare semplicemente l’emozione di vivere.

Giovanna Larghi

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