salottino culturale

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“La scelta”

«Mamma, perché non entriamo?»

«Perché dobbiamo aspettare che arrivi la sposa»

«E quando arriva? Io ho caldo!»

«Vieni, andiamo all’ombra … Ecco, va meglio adesso?»

«Sì … ma quando arriva la sposa?»

«Tra poco. E’ una sposa e le spose arrivano in ritardo.»

«E perché?»

«Perché deve farsi bella.»

«E’ brutta?»

«Ma no, cosa dici! E’ una sposa!»

Lorenzo pensò che le spose dovessero essere una specie particolare di esseri umani, o forse una specie aliena. Magari erano come i ragni che sono una specie diversa di insetti, con otto zampe, l’ha detto la maestra.  E smise si fare domande, immaginando una donna con quattro braccia e quattro gambe.

«Eccola! E’ arrivata!» annunciò un invitato che si era messo di vedetta.

Lorenzo si sentì sollevare dalle fidate braccia della mamma sopra le teste delle persone che guardavano tutte in un’unica direzione e vide finalmente la sposa avvolta da una nuvola di tulle bianco che scendeva da un’automobile lucidissima. “Un ragno bianco” pensò e volle contare le braccia e le gambe. Ma non riuscì, perché la mamma lo aveva messo con i piedi per terra e, prendendolo per un polso lo stava strattonando dentro la chiesa.

«Hanno voluto che li sposasse un loro amico» stava dicendo una donna vestita di verde ad un uomo alto e magrissimo.  «Un missionario che è tornato in Italia da qualche mese»  

«Dai, Lorenzo, siediti qui, su questa panca. Qui in chiesa fa fresco, si sta bene …»

«Mamma, chi è un missionario?»

«Adesso stai in silenzio: inizia la cerimonia.»

Sulle note della Marcia nuziale, la sposa fece il suo ingresso al braccio del padre visibilmente commosso. Tutti gli invitati si alzarono in piedi. Il prete uscì dalla sacrestia e si avvicinò all’altare. Francesca girò lo sguardo nella sua direzione, spinta da una strana ansia che le fece sentire un vuoto nello stomaco. Lo vide. Tutto intorno a lei scomparve, nelle orecchie non la musica di Mendelssohn, ma un ronzio sempre più fastidioso. Le sembrò che sotto la pelle le scorresse un fuoco …

“No, un momento – la richiamò all’ordine la voce della ragione nella sua testa – … Saffo, Catullo,  troppa letteratura! Dai Francesca, sii realistica!”

In effetti, quello che Francesca provava non era la sorpresa sconvolgente di rivedere un grande amore perduto e mai dimenticato, piuttosto l’imbarazzo provocato da un ricordo che riaffiorava, non proprio adatto alla spiritualità di una chiesa, facendola rabbrividire di piacere.  

«Mamma, cosa fanno adesso?»

La voce di Lorenzo riportò Francesca sulla panca della chiesa. Non rispose al figlio, ma fece qualche respiro profondo e aspettò che la cerimonia finisse.

«Vieni, Lorenzo, andiamo fuori a cercare zia Laura»

«Zia Laura! Sì!» Lorenzo balzò giù dalla panca e si mise a correre lungo la navata verso l’uscita, seguito a ruota da Francesca.

«Zia Laura!» Il bambino raggiunse un gruppo di amici che sul sagrato parlottavano e ridevano e abbracciò di slancio la sorella minore di Francesca.

«Lorenzo, tesoro! Vieni che ti do un po’ di riso da lanciare agli sposi»

«Lanciamo il riso? Davvero? Lo possiamo fare? Lo lanciamo agli sposi?» Lorenzo non stava più nella pelle.

«Laura, puoi tenere con te Lorenzo? Devo salutare una persona.»

«Ma certo, Francesca, tranquilla. Al cucciolo penso io!»

«Sbrigati mamma, dobbiamo buttare il riso contro gli sposi!»

Francesca sorrise e nell’allontanarsi mandò un bacio a Lorenzo. Rientrò svelta nella chiesa, ormai quasi deserta e percorse la navata laterale, mentre gli sposi erano ancora impegnati con il fotografo.

Raggiunse la sacrestia. La porta era aperta, ma lei non entrò e rimase sulla soglia a guardare il prete che le voltava le spalle e si stava togliendo i paramenti.

“Bella omelia, sei sempre stato bravo con le parole …”

Questa voce … Il prete si girò sentendosi in ansia “Francesca …” fu il nome pronunciato in un sussurro.

“Ciao, Paolo. Ne è passato di tempo. Ti ricordi?”

E Paolo fu sopraffatto dal ricordo. Non l’amore devoto per il suo Dio, ma il desiderio di corpi giovani che si cercano e si scoprono con baci avidi e mani smaniose.

“Sono stato onesto con te. Sapevi che avrei scelto la vocazione …”

“Ho un figlio. Ha sei anni….”

Sette anni prima c’era stata l’esaltata incoscienza di una passione tanto breve quanto impetuosa, animata dal bisogno vitale di stare insieme, ogni momento, ogni notte.

“Mi stai dicendo che è figlio mio?”

Francesca rimase in silenzio, con lo sguardo serio fisso sul bel volto di Paolo. E lui credette di sprofondare nell’inferno del rimpianto e del dubbio. “Ho scelto te, Dio, perché questo?”

“Mi rispondi, Francesca? È mio?”

Francesca avrebbe voluto dirgli che sì, avevano un figlio, che lui era suo padre e poi andarsene senza voltarsi, lasciandolo lì a soppesare le sue responsabilità, con un’uscita di scena da film drammatico.

Ma la voce razionale nella sua testa glielo impedì: “Ma dai, davvero? Sii seria: è stato solo un fuoco di paglia, non vero amore!”

Lo aveva voluto, però, quell’amore, lo aveva respirato e assaggiato, con i sensi fuori controllo. Ma era finito. Paolo l’aveva lasciata per una passione più grande, diversa, per lei incomprensibile, una devozione che non ammette gelosia o rabbia. E il tempo aveva fatto la sua parte, relegando la loro storia nella nebbia del passato.

“No, Paolo, stai sereno, non è tuo figlio.” 

Nella penombra della sacrestia, scese un lungo silenzio, non perché non ci fosse più niente da dire, ma perché pensieri ed emozioni non riuscivano a diventare parole.

“Eccoti qui Francesca. Dai, vieni, ti stiamo aspettando.” La voce profonda e calma di Giacomo riempì lo spazio vuoto tra i due ex amanti. Giacomo, il marito di Laura, l’amico più caro, più fidato, quello che aveva raccolto i pezzi di Francesca, alla fine della relazione con Paolo, e li aveva ricomposti attorno al piccolo Lorenzo, proteggendolo come un padre.

Mise un braccio sulle spalle di Francesca e a bassa voce chiese “È lui?”

“Sì”

“Tutto a posto?”

“Sì. È tutto ok. … Arrivederci Paolo.”

Francesca si allontanò a passo sicuro, scortata da Giacomo, che fece solo un cenno di saluto al prete.

Paolo rimase immobile, pervaso da una ambigua sensazione di sollievo e di preoccupazione, determinato a  credere alle ultime parole di Francesca e allo stesso tempo turbato dal sospetto che non fossero vere.

 Giovanna Larghi

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