salottino culturale

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Io chi sono?
Nel nostro tempo definire il proprio essere ha sempre un carattere comparativo.
Io sono “il figlio di”, “la moglie di”. Gli studi compiuti o il lavoro svolto dicono qualcosa di me.
Io sono un maestro, un avvocato.
Come potrei farmi riconoscere spogliato delle mie conoscenze, delle mie lauree, del mio lavoro?
La risposta più facile sarebbe quella di usare il nome proprio; spesso anche il titolo scolastico ci viene attribuito alla nascita dai genitori senza averlo scelto.
Cosa resta di noi se togliamo anche il nome proprio? Rimane l’esperienza, ciò che siamo è l’insieme di tutte le esperienze vissute.
Chi sono io?
Una risposta la possiamo trovare nell’altro, io mi sento bello se l’altro mi apprezza, mi sento intelligente se vengo ascoltato. Il mio io ha bisogno di essere identificato dall’altro che mi riconosce, mi dice come sono: attraente, giusto, colto, alto, magro.
L’uomo ha bisogno degli altri per conoscere quali attitudini possiede. Questo è uno degli aspetti che lo caratterizza come animale sociale.
Il bambino nei primi anni di vita non riconosce la sua immagine in una foto. La madre con il ditino indica “questo sei tu”. La prima forma di riconoscimento viene trasmessa dai genitori, poi dai maestri, infine dai compagni di vita.
I genitori insegnano i sentimenti o le emozioni attraverso i gesti che compiono, I sentimenti sono la parte più profonda della nostra affettività, al contrario le emozioni sono più forti ma di breve durata.
La nostra mente come una grande spugna acquisisce sentimenti ed emozioni, quello che definiamo il nostro carattere.
Il carattere non è altro che il modo in cui la nostra mente reagisce agli stimoli emozionali o sensazionali esterni.
Il bambino che riceve abbracci dai genitori li vive come sensazione corporea positiva, li assimila e li fa propri.
Una mancanza può creare una frustrazione, che resterà nel bambino. Tutte le volte che egli sentirà questa mancanza, rientrerà in uno stato di inappagamento.
L’armatura che si crea durante l’infanzia è inoltre un modo per sopportare e reagire ai traumi precoci della vita. L’ individuo adulto reagisce alle emozioni secondo lo schema che si è creato nei primi anni.
Riconoscere questi tratti della personalità vuol dire prendere coscienza di sé ed affrontare l’esistenza in modo nuovo ed inedito.
Solo ora, alla luce di queste riflessioni, siamo in grado di delineare una possibilità di cambiamento.
Se il nostro io è formato dalle esperienze, emozioni ma soprattutto dalle relazioni, possiamo lavorare su queste per cambiare.
Vivere nuove esperienze, imparare a lasciare emergere le emozioni e ricorrere al dialogo sono le forme di mutamento che ci permettono di essere veramente noi stessi.
Marina Adotti
Matteo Bernasconi

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